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Estratti da "Il Castello d'acqua"

1911

“Nell’inverno dell’11 la neve cadde copiosa a più riprese” il romanzo autobiografico di Mario Lattes, “Il castello d’acqua” apre il sipario sul tempo del passato remoto.
In una Torino invernale dove “I passanti sfilavano come ombre nere sul bianco” e “sotto i rami fioriti di cristalli le carrozze assumevano linee fantastiche”, fervono i preparativi per la grande Esposizione Universale.

Mario Lattes scrive nel tempo della memoria, recupera i nomi e l’atmosfera “d’antan” per sottrarli all’oblio.

Il castello d’acqua, da cui il romanzo prende il titolo, è una grande fontana in costruzione per i festeggiamenti dell’Esposizione

“Nella Planimetria Generale il Castello d’Acqua aveva la forma di tre quadrati sovrapposti e di grandezza decrescente verso l’alto, segnati col numero 43 ed era una gran fontana che si sarebbe innalzata lassù sulla collina, inquadrata tra due campanili e con la statua della Patria in mezzo: la meraviglia di domani quando dai cento getti, dalle cascatelle, dai rivoli serpeggianti, fasci di luce elettrica avrebbero tratto una pioggia di smeraldi e di zaffiri, di smeraldi e di rubini…Spettacolo indimenticabile”.

Lo scheletro dei padiglioni cambia con le stagioni come un essere vivente

“Quando venne la primavera lo scheletro dell’Esposizione si rivestì come si rivestivan di fronde le piante intorno. Quanto appariva attraverso il fogliame delle verdi scolte del parco e tra gli assiti era bastevole alle più grandi e fondate speranze”

e testimonia i desideri di una società che sembra proiettata verso un futuro di fratellanza internazionale e progresso.

“…la mostra avrebbe avuto quarantamila metri d’area coperta in più dell’ultima esposizione di Milano. A non voler parlare che della Città Moderna, questa sarebbe stata di 2000 metri, una vera e propria città in miniatura, tutto quanto rappresentava un progresso nei servizi igienici, la viabilità, le Scuole, i Ricoveri di Mendicità, il culto dei trapassati!”

“Erano già venuti in visita lo zio del Kedivé, il ministro Facta, la missione ottomana e ben millecinquecento sindaci, andati poi giù in corteo, dopo il ricevimento in Municipio, fino alla Mole Antonelliana, dove c’era la Principessa Letizia in carrozza col piumazzo che toccava l’insegna – tra quella di Taccagno e quella del Salone Argentino – della Trattoria e Fiaschetteria Toscana Giannotti Pietro Palmiro; e poi a mangiare e bere nella Galleria della Guerra, disposti su quattro file, senza neanche togliersi la bombetta”

Il Cavalier Aron e la moglie Virtudiosa visitano l’Esposizione dove si perdono tra la calca e si ritrovano solo grazie al cappello di lei, ornato di peonie rosse.

“…e soltanto se i due avessero deciso, per qualche ragione, l’uno di andare avanti e l’altra di andare indietro – o viceversa, a piacere – allora sì che la cosa si sarebbe messa male davvero, ché i tentativi di ricerca li avrebbero portati su tragitti non solo opposti ma paralleli e perciò destinati ad avere come unico esito l’affermazione di Euclide che, per provvisoria, ipotetica, o diciamo magari anche falsa che sia, risulta all’interno della modesta pratica quotidiana, anche troppo vera”

I “riti” familiari dell’infanzia di Agur


La storia di Agur e della sua famiglia è la storia della famiglia di Mario Lattes che ha sempre trovato nel proprio vissuto materia per i propri scritti. Ai riti familiari e religiosi come la cena di Pesach si inframmezzano discussioni commerciali degli uomini di casa che, tra luoghi comuni e cattiverie verso i conoscenti, criticano i ceti inferiori, che “adesso vogliono sei franchi al giorno, otto franchi al giorno, a piedi non vanno più” e sono colpevoli di voler “vestirsi bene, avere le loro comodità”. Nella loro visione oleografica del mondo gli emigranti che cercano di scampare alla miseria in altri continenti sono “5 milioni di liberi lavoratori che fecondavano le due Americhe”.

Anno dopo anno, le riunioni familiari si succedono

“E anche l’anno seguente cantarono “Ki lau Noeh” e “Echod mi Jaudea. Il sonno li prendeva i commensali, stanchi e contenti. Non sapevano che l’Eterno avrebbe vuotata la terra e dispersi gli abitanti, che al padrone sarebbe avvenuto lo stesso che al suo servo, a chi vende lo stesso di chi compra, a chi presta e a chi prende in prestito, al creditore e al debitore, poiché l’Eterno aveva pronunziato questa parola”

La prima guerra mondiale

Gli aeroplani che solcano i cieli di Torino sono ormai pieni di bombe e la guerra è un presagio pesante.

Il figlio di Aron, Eleazaro, parte per la guerra dove alla violenza e al pericolo si somma l’idiozia delle regole e l’ipocrisia delle formule militari

“La retroguardia protegge la ritirata, è il suo compito. Qualche volta tale compito significa sacrificio, che la retroguardia deve serenamente compiere. Quando il soldato abbia buone scarpe ed usi l’avvertenza di tenere i piedi ben puliti, non subirà l’umiliazione di rimanere indietro ai commilitoni”

Qualche vestigia di umanità si ritrova anche in guerra, quando un soldato tedesco catturato dagli italiani ricorda Berlino e la sua vita da civile parlando in francese a Eleazaro

“Berlin n’est pas un merveille, vous savez. Il faut en convenir: elle manque de seduction. Et la Spree, notre fleuve, n’a pas grand air: une mare plûtot. Le long ennui des rues alignées sous le brouillard de l’usine… Je travaille au Panopticum, dans la Galérie impériale. J’ habite tout près du Pont Joannovitz : il y a un très bon restaurant, vous savez : le Belvedere. C’est italien comme nom…”

La prima guerra mondiale sta per finire e Virtudiosa ha sogni pieni di presagi “Ho sognato un gatto nero, che vuol dire tradimento” , “Ho sognato che mi cadevano i denti che vuol dire morte”.

Marta e Eleazaro

A guerra finita Eleazaro torna a Torino e sposa Marta.

“Aron e Virtudiosa cedettero a Eleazaro e a Marta le stanze verso il cortile piccolo, il bagno e la loro camera da letto verso il cortile grande: dentro il quale si vedevano aggirarsi gli alani del marchese, sopra il quale si vedevano i tetti i comignoli i tramonti le rondini”

Nasce Agur e la sua nascita è legata ad un lutto, un peso che lo accompagnerà tutta la vita:

“Io ricordo, s’immagini, dice Agur ‘ sia pure per interposta persona…indirettamente, se si vuole, ma da qualcuno degno di fede, mi creda, io ricordo l’Esposizione dell’Undici, e prima ancora: la cometa di Halley, l’anno avanti… Cose che mi furono dette s’intende. Sono anche, credo, il solo uomo al mondo, almeno credo…credo di poter dire…a ricordare il momento in cui nacqui, e qualche attimo prima, anche, quando guardai mia madre e lei, tutta vestita di rosso, si abbatté al suolo in un lago di sangue, mentre io arrivavo da fuori scena correndo lungo l’emiciclo sotto i palchi rossi e dorati, e quel grido tremendo, di dolore, al vederla coi capelli neri dentro il suo sangue…”

“Eleazaro, mio padre, mi mise le mani sul capo e confessò su di me le iniquità e i peccati del figliuol dell’uomo, e io li portai con me, e mio padre mi lasciò andare nel deserto”

Agur

Il tema del deserto ricorre in questo romanzo come un filo rosso che unisce diversi episodi della famiglia, deserto della solitudine e dell’esilio in guerra o deserto della fuga dalle leggi razziali.

“Così Agur fuggì come fuggono gli uccelli da una nidiata dispersa, e portò i suoi peccati in terra solitaria, e fu lasciato andare nel deserto, perché questo era stato deciso contro tutta la terra”

Il fascismo aveva condannato le origini di Agur e gli aveva inimicato i parenti cattolici (“i matrimoni producono parentele”).

“Agur imparava lo Scemagn guardava se sulla fronte gli cresceva la terza linea del segno shin ma le linee rimanevano due sole. E’ perché mia madre era cristiana, pensava. Evitava di lavarsi e si lasciva crescere le unghie nere perché gli ebrei sono sporchi e avari e hanno nasi e mani adunchi”

Agur si soffregava le mani adunche dalle lunghe unghie nere. Portava i riccioli alle tempie e un sudicio caffettano che gli arrivava fino ai piedi. Sulla piattaforma posteriore del tram la gente mostrava di non notarlo, benché lui avesse in testa il berretto giallo e segni dello stesso colore cuciti sulle maniche, essendo etiandio comandato che in giorno di Domenica & d’altra festa comandata gli Hebrei no siano tollerati, ne meno debbano ammettere Hebrei ad alcuna festa dei Cristiani: ne Cristiani andare alle feste d’Hebrei e che questi siano astretti al suono della campanella, a’ ritirarsi, & ascondersi in luochi che non siano veduti.


“non sai che in Germania gli ebrei avevano tutte le banche?…che avevano tutti i giornali?”
“Siete la banca internazionale”… “volete dominare il mondo”

Sogno

Gli elenchi nello stile di Rabelais, le descrizioni visive, olfattive e tattili testimoniano un’apparente aderenza alla realtà esteriore. E’ un modo per far rivivere il passato e per non perdersi nell’interiorità che molto spazio ha in questo libro, assieme al sogno e al sentimento di un “mondo baluginante e fuggevole, inafferrabile e doloroso”.

“La marionetta ha grandi iridi nere nella cornea bianca, le sopracciglia nere interrotte da bende bianche di scrostature perché è una vecchia marionetta. Anche sul lato destro del naso la pittura è caduta fino al mento, la guancia sinistra è tutta scrostata fino alla bocca che si può aprire per mezzo di una cerniera e si vedono i denti e la lingua rossa. La scrostatura più grossa è quella che rompe il sopracciglio destro e attraversa la fronte fino all’attaccatura dei capelli grigio-bianchi tutti scomposti di furia e follia. Dietro i capelli sporge la corda che girata intono al collo serve per appenderla allo scaffale. Ma spesso – specie la notte – immagini disordinate invadono la marionetta e allora essa spezza la corda credendo di vivere e cade”

“Ma eccoli che pigolano e battono ai vetri, gracidano e fanno smorfie. Agur apre la finestra e li fa entrare, per non avere questioni con i vicini che già sente, al piano di sotto, allungare i colli e guardar su. Entrano e qualcuno si infila subito nelle vie disegnate nel cassettone, tra le chiese e i fortilizi che si perdono sotto cieli di legno più scuro e più freddo. Poi riescono dalla serratura dell’ultimo tratto aggrappandosi alla chiave. Si lasciano scivolare sul pavimento lungo la bella nappina di seta rossa con le frange”


Il sogno permette ad Agur di incontrare i propri cari ma è anche un luogo di incubi ossessionanti, tanto che Agur afferma

“Ci sono condutture sotterranee che i sogni e gli incubi, tutti i sogni e gli incubi, i sogni e gli incubi di tutti, insieme, fogne e segrete, fino al merdaio gigantesco… La libertà!”


La vecchia Torino è descritta nel libro con pennellate impressioniste, immagini poetiche e piene di amore per una città di ringhiere di ferro, ballatoi, scale, tetti e cieli solcati da rondini.

“Quando ne uscì, dietro la Chiesa di San Carlo rimaneva una luce di azzurro sulfureo sopra matasse di nubi grigie e rossicce tagliate dall’arco nero della Stazione di Porta Nuova. Come gli accadeva ogni volta il cavaliere si fermò stupito. Guardò verso il Palazzo Reale sopra il quale il cielo era già quasi completamente buio. Sapeva bene che il sole nasce dalla collina. Fece un mezzo giro su se stesso, ‘ e allora il Nord è lì”, disse a voce alta, dove c’era la Cappelleria Sacerdote, e al secondo piano le Sorelle Cesone, al primo Coen (Trine Merletti Garze Nastri in seta e cotone), l’affittacamere Cisone Delfina: Casa Conturbia, insomma. Il Nord…dietro la Cappelleria, laggiù, chissà dove”

“Quando esce dalla Mnemotecnica, arriva sino al fiume. Sta ore a guardare giù nell’acqua del ponte della Gran Madre dove sotto il pilone ci sono murati anche dei grissini, dicono, e delle monete di allora, al tempo di Napoleone che l’aveva costruito abbattendo quello di legno che era stato lì per trecento anni e che si vede ancora in qualche quadro, coi carri del fieno e i cannoni che ci passano sopra. La gente va e viene alle sue spalle, a piedi e sui tram, in bicicletta. Quelli a piedi qualcuno gli urta una spalla, lo sposta in là, ma non tanto che Agur non riesca a ritrovare subito il suo disegno nell’acqua in movimento. Fa prendere un po’ di respiro guardare l’acqua…”


La vita per la voce narrante di questo romanzo non è un bene né qualcosa che l’uomo, frammentato nelle diverse immagini di sé, incerto della propria esistenza, possa capire.
Dopo vicissitudini familiari e storiche Agur è vivo ma ha bisogno di un gatto bianco che lo guarda per esserne certo.

“C’è un gatto, invece, un gatto bianco che a intervalli emette un richiamo, rivolto verso qualcuno, qualcosa, un suo congenere, chissà, o a se stesso, il gatto. Riconoscere un gatto è facile, era facile. E’ ancora vivo Agur, in questo momento. La prova è che il gatto lo fissa con la testa alzata. Non finisce mai, questa strada, ha un bel chiacchierare, Agur, quelle case, e l’albero laggiù; niente”

 

 

 

 

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