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Mario Lattes - romanzi e racconti


Hanno scritto di lui:

Lorenzo Mondo; Massimo Grillandi; Ferdinando Giannessi; Giancarlo Pandini; Bernardo Marinoni; Roberto Cantini; Piero Bianucci; Giovanni Raboni; Mario Baudino


Pubblicazioni


Ha pubblicato i racconti “Le notti nere” nel ‘58, il romanzo “La stanza dei giochi” nel ‘59 e i due romanzi maggiori “Il borghese di ventura” e “L’incendio del Regio”, pubblicati da Einaudi rispettivamente nel ‘75 e nel ‘76. E’ dell’ ’85 il suo romanzo breve “L’amore è niente” pubblicato dall’Editore La Rosa.

Ha partecipato al Mondo di Pannunzio con i racconti “La bella vita”, “La pensione”, “L’insonnia”, tutti del 1957.
E' di recentissima pubblicazione “Il castello d’acqua”, l' opera postuma di Mario Lattes edita presso Aragno. Vai alla scheda del libro e leggi gli estratti del testo


Temi

I romanzi di Mario Lattes sono, per sua ammissione, delle confessioni o dei diari che scandagliano l’inconcludenza della quotidianità e i labirinti dell’inconscio, partendo sempre dall’ esperienza personale dell’autore.
Alla lucida e quasi maniacale descrizione della realtà esteriore fa da contraltare la frequente rievocazione di sogni o allucinazioni che suonano ora come presagi, ora come simboli di penose verità esistenziali.

Lattes si sente marchiato da un’alterità che gli nega ogni facilità del vivere. Il suo è il punto di vista particolarissimo di chi, osservando le lettere stampate, dice di concentrarsi sugli spazi bianchi delimitati dall’inchiostro più che sulle linee scure cui tutti prestano attenzione. L’indefinito solletica la sua fantasia più di quanto non faccia ciò che appare incasellato dall’occhio miope della società che tutto normalizza e rende esangue.
Gli “eroi” di Lattes sono emarginati a causa della loro diversità che, lungi dall’essere solo religiosa o culturale, li rende alieni ad ogni legame profondo –tanto che solo nel delirio fantastico di una liaison con l’annunciatrice televisiva il protagonista di “L’amore è niente” riesce a sentirsi amato-. I personaggi vivono in un mondo privo di solidarietà e comprensione, dove non esiste senso nelle azioni e dove la vita altro non è se non uno stillicidio doloroso di tappe o avvenimenti da subire per partecipare ad una rappresentazione esteriore.

“Siamo in un’epoca di transizione, questo sì però. E’ un’epoca di transizione, dicono.
Ma, quello che non dicono, è dove si va e dove si viene. Perché ci sia transizione ci vuole destinazione e provenienza, mi pare. Dicono di transizione e basta, prendono un’aria misteriosa, rassegnata.
Io questo lavoro lo faccio con applicazione ma senza grandi risultati. Forse ero adatto a lavori manuali, dal momento che vedo che la parte che faccio meglio è adattarmi ad alzarmi presto, prendere il treno, andare a piedi, e questo fa parte di aver avuto i genitori, che ho perduto sì ma li ho anche avuti, e mi hanno fatto fare il Liceo Classico”. (L’incendio del Regio)

Il protagonista parla in prima persona con se stesso prima che ad un pubblico e sembra non riuscire a decidere della propria vita, o forse non lo fa proprio perché consapevole della vanità del tentativo. Lo studio, il lavoro, la vita familiare, persino la guerra sono solo l’anticamera di una vita che non si riesce mai a toccare veramente. Dietro agli avvenimenti descritti c’è il senso profondo di uno scacco esistenziale, descritto con linguaggio multiforme e con uno stile che Pandini così descrive nel suo articolo su Avvenire -"nel tratteggiare e incidere forme, figurazioni, emblemi e simboli, parla una lingua qualsi calcificata, fluttuante, senza pause, ma con evidenza e rigore registra stati d'animo e situazioni in modo incisivo, definito".
Rigore e puntualità quasi maniacale a descrivere la realtà "reale" e quella dell'inconscio, con evidente superiorità di senso nel sogno rispetto all'esistenza.
Elenchi sovrabbondanti alla Rabelais descrivono le apparenze del mondo nel modo più meticoloso, quasi l'autore volesse renderlo più reale, dar ragione di ciò che esiste. Materiali, colori, odori, suoni e rumori costruiscono la cornice dei personaggi le cui vite, senza senso, trascorrono nel ricordo del passato e nell'evocazione di sogni ora terribili ora rassicuranti.

Le descrizioni vivide di Mario Lattes rivelano il suo sapiente gusto pittorico e non è difficile, usando un pò di fantasia, immaginare i quadri che ne sarebbero risultati se invece delle parole l’autore avesse usato i colori.
La creatività artistica, presente nelle opere di Mario Lattes (soprattutto in "L'amore è niente") è vissuta con frustrazione non appena viene resa pubblica.
L'arte è una bizzarria che la società non perdona. La diffidenza e il disprezzo sono alla base dei rapporti umani, non c'è modo di essere amati dalle persone in carne ed ossa, solo la fantasia offre una via di scampo. E’ così che i protagonisti occupano le proprie giornate scrivendo romanzi o modellando caricature.

"Sono passato da quello che vende acquerelli, pennelli, tinte per la casa, raschietti per pavimenti, e ho comprato della plastilina. Con questa ho modellato la testa di un rappresentante, uno che si chiama Regge. Sono tanti anni che lo vedo, l'ho potuto studiare minuziosamente. E' riuscito molto somigliante. Gli ho messo due occhi da rénard, facendogli anche un piacere, perchè la sua faccia sembra molto più intelligente, con questo sguardo vivo, mentre lui gli occhi li ha scialbi e insipidi. La testa l'ho nascosta perchè non la veda mia sorella. Somiglia a Velleda, mia sorella, e potrebbe farmi del male come Velleda me ne ha fatto tanto. Potrebbe parlare della testa con il Fumel, o con Regge stesso". (L'amore è niente)

Il desiderio di avere un soggetto da copiare si ritorce contro il protagonista sotto forma di sospetto e riprobazione per suoi supposti progetti di traviamento ai danni del garzone.

"Da quando ho parlato col garzone, il lattaio non è più gentile come prima. Tira via e non sta più a chiacchierare. Ho pensato di cambiare lattaio ma nel quartiere c'è pochi lattai perciò ho continuato ad andare da questo sempre chiedendomi il perchè del suo comportamento e anche di quello del garzone che poi mi avrebnbe spiegato quello del lattaio, ma è inutile. Chissà che cos'hanno in testa, tra le persone è difficile intendersi anzi non è mai possibile, anche le cose più semplici diventano muri alti tre metri oltre i quali non si va nè si vede, l'ho sperimentato anche con la verduriera della frutta e verdura". (L'amore è niente)

L'uomo trova rifugio nello sdoppiamento di sè, nell'immaginazione di un altro mondo possibile ma non riesce a sfuggire al dolore. Sogni premonitori e inquietanti rivelano verità difficili da accettare "i miei sogni sono molto strani. Io faccio sogni che anticipano la mia morte e altri che non significano niente ma che anche senza essere incubi paurosi mettono ansia e tristezza".

Il tema della guerra, dell'esilio, del "non diventare nulla" e della mancanza di appartenenza, ricorrono spesso nell'opera letteraria di Mario Lattes.

"Dove sono andato a finire, sono mai cominciato? Lo chiedo i monsignori della Sacra Rota che di queste cose se ne intendono: della natura e del destino nostri. Il distacco dell'ombra è segno di morte prossima? O vicino a me qualcuno gettava ai piedi del muro la sua ombra e poi se n'è andato? E allora chi? Io ero solo, mi pare, sul ballatoio, sono solo sempre: di chi poteva essere quell'ombra? Forse era l'ombra del mio Angelo Custode, persino la sua pazienza ho stancato: che è un Angelo". (L'amore è niente)

"Anch'io potrei cambiare nome, non sono nessuno, io, il nome è soltanto un suono non è necessario che sia sempre lo stesso, tanto più che moltissimi altri ce l'hanno uguale al mio, e poi la mia presenza non è continua, per nessuno, può incominciare a finire in un punto qualunque" (L'incendio del Regio)

Sopra tutto incombe l'idea di una forza maligna che rende ostile la vita, simboleggiata dall' "Austriaco".

"Gli occhi di Valleda sono fatti di specchi marci e neri che riflettono film e romanzi ma dentro c'è la pazzia di una potenza malvagia. E questa da dove viene? Gli specchi che avevano raccolto l'immagine dell'Austriaco, quando lui morì si ruppero in tanti pezzi. Erano specchi di caffè e specchi di ristoranti di uffici pubblici e di camere d'affitto, aule scolastiche, palazzi". In Germania e fuori. Una grande esplosione. I frammenti di specchio volarono a distanze enormi, poi ricaddero qua e là sulla terra. Adesso Lui era dappertutto. Sui frammenti di specchi che avevano contenuto l'Immagine, altre immagini comparivano poco a poco. Quella di Velleda era molto piccola perchè molto piccolo era il pezzetto di specchio: ma perfettamente compiuta, a figura intera. I pezzetti di specchio, finiti dentro la terra, sotto la terra, bisognava averli potuto distruggere. Ma nessuno li trovava. Se qualcuno li trovava, non poteva sapere. Così, senza che si sapesse, il mondo fu pieno dell'anima del caporale che scomparendo aveva lasciato un vuoto irrequieto. Corpi mutilati cercavano membra estranee a cui riunirsi, dita tagliate bramavano mani diverse. La fragorosa sparizione del Maestro sollevò un pulviscolo di mostri orfani di Lui, che li comprendeva tutti. La sua traccia sulfurea soffiò dentro facce finte. Il Grande Malvagio, esistendo già prima di sè, non poteva perire: le scintille del suo rogo animarono cadaveri che andavano a mescolarsi con l'altra gente." (L'amore è niente)

Il male assoluto, incarnato in Hitler, è ancora nel mondo. Frantumato in modo da non essere riconoscibile invade ogni ganglio della società.

I protagonisti perdono la propria innocenza venendo a contatto con la società e le sue convenzioni. Essi tradiscono se stessi adeguandosi ad una realtà che li rifiuta e li perseguita con situazioni kafkiane legate a certificati impossibli da ottenere, a incasellamenti sociali negati quando sarebbero utili e imposti quando se ne farebbe volentieri a meno.

"All'esame di maturità si portavano i tre anni, ho esibito il documento del Governo Militare Alleato e quello della Comunità Israelitica che prima non me lo volevano dare, il certificato, perchè alla Comunità non ero mai stato iscritto: chi è iscritto ha il certificato, chi non lo è, che certificato, il certificato di una cosa che non è? E avevano ragione, però le stesse cose degli iscritti erano toccate anche a me che non ero iscritto, lì in quegli anni, e anch'io non avevo torto, non so. E' sempre stato il mio destino, mi sembra dirla lunga quel rifiuto, giustissimo, non dico, anzi appunto perchè giusto: che sono io? Se non sono perchè la cosa accade come se fossi?"

Non c'è compiacimento nel pessimismo di Mario Lattes e ben si capisce che l'autore preferirebbe ammettere l'eccesso di sconforto e guarnire la propria visione della vita di qualche speranza ma, come Tommaso Landolfi, ugualmente surreale e amaro, "la sofferenza divide, non unisce; al mondo non si danno fratelli. E, di nuovo, come varcare il deserto della serata, della nottata, e poi di tutte le altre serate e nottate, sia pure brulicanti di stelle, e mattinate, sia pure sfolgoranti di sole?"
L'ironia tragica tipica di Mario Lattes colora le pagine di racconti senza false speranze. Non si può non sorridere alle frasi lapidarie che meglio di qualsiasi ampollosa descrizione immortalano le atmosfere dei suoi romanzi. Frasi come "Intorno a loro venti sorrisi scattano come trappole e poi si richiudono" (Il castello d'acqua) o "le chiappe applaudivano per la paura" (Il castello d'acqua) tratteggiano efficacemente luoghi ed esperienze tragiche come nel caso del tempio israelitico e della guerra.
Le immagini surreali di Mario Lattes suonano buffe e patetiche come nel caso dell'amore segreto e "a mezzo televisore" del protagonista di "L'amore è niente" per un'annunciatrice.

"La baciavo sino all'AUGE, che è gelato e pieno di spigoli, mi sono anche fatto un taglietto su un labbro se è per questo"

Leggi l' intervista a Mario Lattes su "Musica e scuola, l'autore parla di sè, del proprio rapporto con Torino e delle riviste Galleria e Questioni.

 

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